Concert review of Tom Harrell Quintet in allaboutjazz Italia

Casa del Jazz - Roma - 19.7.2010

Ogni passaggio romano di Tom Harrell è preceduto dal febbrile tam tam degli appassionati che si preparano a riceverlo con la stessa emozione di quando in Italia passavano grandi nomi del jazz ora scomparsi. Un'atmosfera di evento piuttosto rara, ma giustificata dall'impatto emotivo che la sua musica esercita. Il suo stile è unico e fuori dagli schemi consueti, ben distinto dal rinascimento bop legata al nome di Wynton Marsalis, lontano da avanguardie sperimentali o correnti alternative. E' la sua musica, dove delicatezza e forza si sposano, Chet Baker trova Woody Shaw, i ritmi brasiliani e funk sono il materiale cesellato da un istinto melodico infallibile, con gli anni sempre più in grado di esprimere il necessario tramite gesti fatti di poche note.

La sua presenza al festival Summertime 2010 della Casa del Jazz ha riempito il parco di un luogo che resiste alle nefaste conseguenze della crisi e Luciano Linzi, nel presentare Harrell, ha fatto bene a esprimere la sua soddisfazione per un evento così seguito. Il trombettista è arrivato con un CD fresco di stampa e dal nome quanto mai appropriato per la serata, Roman Nights. Con lui un gruppo di giovani talenti già ascoltato nel precedente Prana Dance: un quintetto assai rodato, muscolare, mai soffocante.

Johnathan Blake svolge un ruolo centrale, enorme dietro un minuscolo set di batteria, ma la ricchezza del suo stile è inversa ai componenti del suo strumento. Okegwo è bassista di grande agilità e corpo sonoro, collabora da molti anni con Harrell e completa una sezione ritmica tradizionale nel limitato impiego dell'interplay, una tattica necessaria a non destrutturare la musica del leader. Danny Grissett si è mosso con l'eleganza di un John Lewis fra il piano acustico e un Fender Rhodes che è ormai sonorità essenziale nella poetica del trombettista. Wayne Escoffery è tenorista travolgente e torrenziale, importante nel creare contrasto con lo stile di Harrell, ma l'uso limitato delle pause e la tendenza a suonare con poche varianti nelle dinamiche fanno a tratti sentire la mancanza di Jimmy Greene.

Il repertorio del concerto pescava nei due citati lavori per la High Note, che costituiscono la naturale evoluzione nell'ambito del quintetto di dischi precedenti per organici più estesi, fra i quali vale la pena citare l'essenziale Paradise, dove Harrell ha elaborato molto del suo attuale mondo compositivo.

Temi essenziali, dall'impatto ritmico immediato, spesso giocati sullo spostamento all'interno della battuta di un'idea semplice quanto efficace. Studi su sonorità emerse negli anni Settanta, periodo di formazione di Harrell, da lui riviste con sensibilità e gusto, alternando tromba e flicorno. La bellezza e lo spessore umano del suono arricchiscono frasi a volte semplici, altre ingannevoli per quanto non fanno apparire la loro complessità armonica.

Fra i brani ascoltati ricordiamo "Obsession," "Maharaja," "Let the Children Play," "Bird in Flight," "Ride" e soprattutto "Roman Nights" spendida ballad per flicorno e pianoforte, di una dolcezza estrema, difficile da apprezzare in un contesto migliore del parco della Casa del Jazz, malgrado in Italia resti sempre qualcuno intenzionato a non spegnere il cellulare durante un concerto.

Alla fine il pubblico, in piedi ad applaudire entusiasta, è stato ripagato con due bis generosi, all'interno dei quali Okegwo e Blake si sono lanciati in lunghe e convincenti improvvisazioni.

Senza dubbio una bella notte romana.