ROMAN NIGHTS featured review in allaboutjazz Italia

Nella sua lunga carriera Tom Harrell ci ha abituato a livelli costanti di eccellenza. Le varie fasi della sua discografia mostrano un'evoluzione logica e continua. Libero dalle esigenze progettuali che sono il corpo di molte carriere sotto i riflettori, Harrell ha sviluppato e continua a far crescere la sua visione, dall'apparenza tradizionale per chi è ormai abituato a vedere l'avanguardia nella macrostrutture e nei manifesti. In realtà il jazz segue regole diverse da quelle che ideologie e pseudo romanticismo hanno voluto imporgli. Ha molto più valore innovativo una frase suonata in uno standard e da tutti ripresa, di mille grandi dichiarazioni intellettuali.

Nella quotidianità della sua poesia, Harrell ha costruito un mondo che non perde di fascino e continua a incantare per l'umanità che esprime, lontana dal dolore che la sua esistenza porterebbe a supporre. Non vi è traccia di ansia o depressione nelle composizioni e improvvisazioni, anzi troviamo una straordinaria vitalità, serena, dinamica, danzante o cullante, mai oppressiva.

La scrittura si muove attorno alcune strategie che Harrell trae dall'esperienza più avanzata del jazz anni Sessanta e costituiscono la naturale evoluzione di Wayne Shorter, Joe Henderson, Freddie Hubbard o Woody Shaw.

Melodie di ingannevole e accattivante cantabilità sottendono sviluppi armonici che nella loro fluidità superano l'armonia funzionale bebop e ci immergono in ambiti dove i colori maggiori e minori scivolano uno nell'altro con una facilità che annulla le stranezze del movimento dei bassi. Le sue caratteristiche sequenze di accordi minori aprono a colori armonici innovativi, oltre a proporre percorsi stimolanti per l'improvvisatore, indotto, come nel mondo di Shorter, a trovare le note comuni sottostanti i cambi, per sviluppare con esse fraseggi che appartengono nelle radici al mondo bop e modale, ma escono dalle cadenze più classiche di questi linguaggi, centrali nell'attuale esperienza jazz.

Roman Nights prosegue il discorso iniziato da Prana Dance: la nuova musica per quintetto che il trombettista ci propone tramite l'etichetta High Note. Negli anni quella fantasia melodica che aveva affascinato già con "Moon Alley" ha mantenuto la sua forza e si è mossa alternando linee di grande respiro a una gestualità minimale, fatta di riff molto brevi, incisivi, spesso asimmetrici rispetto alla divisione della battuta e dotati di un groove ipnotico.

Molto di questo mondo trova la sua radice in Paradise (2001), capolavoro nel quale il quintetto di allora incontrava un piccolo assieme di archi e arpa. In quel disco troviamo la pienezza e profondità della poetica di Harrell, ora sviluppata con un nuovo, giovane organico, molto Blue Note nella sua combinazione di forza e agilità. Della vecchia formazione resta solo Ugonna Okegwo, bassista ammirevole per timbro, sensibilità e scioltezza nel muoversi lungo le linee ideate dal leader, spesso articolati su percorsi soul o brasiliani.

Grissett e Blake sono musicisti attenti, intensi, in grado di mantenere l'assetto classico delle ritmiche afroamericane, dedite a creare quello swing che, nelle sue varie forme, è elemento filosofico centrale al jazz.

Wayne Escoffery ha preso al tenore il posto di Jimmy Greene ed è un raffronto impegnativo. Il suo stile offre virtuosismo, generosa emotività, grande cultura e un suono di grande spessore. D'altro canto (e più dal vivo che in studio) l'impiego delle dinamiche è ridotto e tendente soprattutto al forte e il senso della pausa latita. Resta un indubbio talento che al fianco di Harrell ha tutte le possibilità di crescere.

Fra i brani del CD ricordiamo "Let the Children Play" e "Obsession," due diversi modi di intendere i temi a riff, il primo morbido, sereno, il secondo incalzante e ipnotico. "Agua" è un ulteriore esempio di come il Brasile nutra la musica di Harrell. "Study in Sound" è caratterizzato dalle sonorità del Fender Rhodes, un elemento che il trombettista impiega con rara efficacia.

L'apice del CD è "Roman Nights," una ballad per tromba e flicorno che in alcuni passaggi ricorda "Peace" di Horace Silver ed è fra le cose più belle ascoltate nel jazz di questi anni.